Forse avrai già sentito parlare del crowdsourcing business model, oggigiorno utilizzato con successo già da diverse aziende (anche dai “colossi” del mercato). La tua azienda o startup potrebbe essere la prossima ad aggiungersi alla lista.
Se vuoi cogliere a pieno i vantaggi che offre questa soluzione ed evitare di commettere errori, devi sapere con precisione cos’è il crowdsourcing e come funziona. Sei nel posto giusto.
PRIMA DI CONTINUARE LA LETTURA, LASCIA CHE MI PRESENTI:
sono Nicola Zanetti, fondatore di B-PlanNow, l’acceleratore che aiuta:
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Crowdsourcing significato: cos’è e come funziona
La prima apparizione del termine crowdsourcing risale al 2006, quando Jeff Howe, professore di Giornalismo alla Northeastern University e redattore di Wired, ha introdotto per la prima volta questa parola col significato di atto con cui un’azienda esternalizza un’attività o una funzione (in precedenza eseguita internamente dai dipendenti interni) in un’ampia rete di persone.
Durante questo atto, in termini più concreti, un grande numero di individui (il termine inglese “crowd” significa “folla”) partecipa in modo attivo ai processi di innovazione del promotore del crowdsourcing, che in questo modo può avere accesso a un più ampio ventaglio di informazioni e conoscenze.
Una definizione di crowdsourcing più completa è arrivata dei professori dell’Università Cattolica e Politecnica di Valencia, Enrique Estellés e Fernando González: il termine indica un’attività partecipativa online in cui un’azienda propone, tramite un annuncio aperto e flessibile, la realizzazione libera e volontaria di uno specifico compito.
Ricorda che questa operazione – tramite cui il gruppo apporta lavoro, denaro, conoscenze e/o esperienza – presuppone sempre che ci sia un beneficio per entrambe le parti.
La piattaforma come abilitatore: comunità, regole e incentivi

Il funzionamento del crowdsourcing business model prevede l’esistenza di una piattaforma che agisce da abilitatore, mettendo in contatto il crowdsourcer (colui che propone l’iniziativa) con una vasta comunità di individui chiamati a svolgere un compito e fissando le regole di questo “scambio”. In alcuni casi, per esempio, per favorire la partecipazione sono previsti incentivi, non necessariamente di tipo economico.
Queste piattaforme, in sostanza, trasformano la collettività in una risorsa preziosissima per l’organizzazione, che in questo modo può delegare una particolare operazione, ma anche raccogliere nuove idee e competenze o trovare finanziamenti.
Tipi di crowdsourcing

Come già preannunciato, non esiste un’unica tipologia di crowdsourcing. Conosciamo insieme i principali modelli di business che rientrano in questa categoria.
Idea generation e crowd voting
Si chiama idea generation quel processo che permette di creare e raccogliere nuove idee allo scopo di risolvere un problema o favorire l’innovazione.
Il crowd voting è, invece, una tecnica attraverso cui si chiede a una comunità di selezionare e votare le migliori idee generate da altri.
Dati in crowdsourcing e software open source
Un’altra tipologia di crowdsourcing è quella che prevede che la comunità partecipi all’obiettivo dell’organizzazione offrendo dati da raccogliere, analizzare e classificare.
L’open source business model condivide l’approccio collaborativo che mette al centro la “saggezza della folla”, ma si differenzia per un aspetto dai crowdsourcing tradizionali: quest’ultimi prevedono che il risultato del lavoro rimanga sempre di proprietà dell’organizzazione, che provvede a ricompensare l’autore dell’idea vincente.
Crowdfunding: quando la “folla” partecipa con denaro, non con lavoro
Il crowdfunding si distingue dal crowdsourcing per l’obiettivo: non vengono raccolte idee e competenze, bensì denaro, utile a sostenere e a incentivare il progetto.
Crowdsourcing business model: elementi chiave
Il business model basato sul crowdsourcing presenta alcuni elementi chiavi ricorrenti.
Proposta di valore e attori del crowdsourcing
La proposta di valore, nell’ambito del modello di business del crowdsourcing, va considerata sia lato crowdsourcer che lato partecipanti: nel primo caso, si riferisce alla possibilità di accedere a un vasto repertorio di competenze e idee mentre, dal punto di vista di chi prende parte all’iniziativa, è da intendersi come l’opportunità di contribuire in prima persona al successo di un progetto ritenuto interessante (in alcuni casi ricevendo anche una ricompensa) e di far parte di una comunità attiva.
Fino a questo momento abbiamo parlato di crowdsourcer facendo riferimento solo alle aziende; è così nella maggior parte dei casi, ma è bene che tu sappia che a promuovere un’iniziativa di crowdsourcing possono essere anche singoli individui o organizzazioni pubbliche (come per esempio l’Unione Europea).
Lato folla, non esiste uno standard univoco per quanto riguarda le caratteristiche e le competenze delle persone che la compongono: queste, infatti, variano in base all’iniziativa a cui sono chiamati a prendere parte.
Devi sapere, però, che raramente chi partecipa al crowdsourcing come folla lo fa come suo impiego principale: più frequentemente si tratta di hobbisti e amatori. I partecipanti possono essere “semplici” utenti o consumatori di determinati prodotti, ma anche comunità (offline o online) organizzate, anche su scala mondiale.
Flussi di ricavo: fee di piattaforma, advertising, licenze
I flussi di ricavo nel platform ecosystem di un crowdsourcing possono arrivare da più fonti.
Per esempio, le organizzazioni possono ottenere una commissione su ogni transazione completata all’interno della piattaforma (oppure prevedere canoni di iscrizione o abbonamento).
La pubblicità è un’altra importante fonte di ricavo: le piattaforme, infatti, possono ospitare annunci pubblicitari al loro interno.
I dati e i contenuti ottenuti tramite crowdsourcing possono essere anche messi a disposizione di altre aziende, che pagano una licenza per avere accesso a questo materiale e usarlo.
Processo: scomporre attività, moderare, validare qualità
Il processo attraverso il quale le aziende possono delegare attività complesse a una comunità di persone richiede di scomporre le attività in compiti più piccoli e facili da gestire dalla comunità.
C’è un altro aspetto da considerare per il corretto funzionamento del processo: anche se tutto ruota attorno al delegare determinati compiti ad altri, non può mancare una forma di controllo organizzativo e di moderazione. Anzi, più le comunità sono ampie e più gli individui devono interagire tra loro, maggiori dovranno essere le norme che regolano i rapporti interni.
Non solo: è anche necessario Implementare dei meccanismi che consentano di valutare e garantire la qualità dei contributi offerti dalla comunità.
Vantaggi e rischi del crowdsourcing

Ora che sai come funziona il crowdsourcing è importante che tu sappia anche che ha certamente alcuni indiscutibili vantaggi, ma anche dei rischi.
Benefici: velocità, riduzione costi, accesso a skill rare
I principali benefici di un crowdsourcing business model sono legati, innanzitutto, alla possibilità di generare velocemente idee utili a ottenere un vantaggio competitivo. Questo particolare modello di business, inoltre, dà anche la possibilità di accedere a competenze rare che, con modelli più tradizionali, forse non sarebbe possibile intercettare (o, perlomeno, sarebbe più complicato).
C’è un ulteriore motivo per ricorrere al crowdsourcing: riduce i costi perché viene meno la necessità di assumere personale specializzato o di mantenere un gruppo di dipendenti ampio.
Rischi: qualità, proprietà intellettuale, bias della folla
Il rischio più evidente connesso alla scelta di affidarsi al crowdsourcing è legato al controllo limitato che è possibile mantenere sull’intero processo. Ciò potrebbe comportare anche un problema di qualità.
Forse hai già sentito parlare della teoria della “saggezza delle folle”, che si basa sull’idea che la media delle decisioni di un gruppo diversificato di persone risulti generalmente più accurata o efficace rispetto a quella adottata da un singolo esperto. O, per dirlo con le parole di Ken Blanchard:
“None of us is as smart as all of us”.
Non sempre, però, l’aggregazione di persone può essere considerata davvero “saggia”. Esistono, infatti, delle condizioni specifiche che la folla deve avere (dalla diversità di opinioni all’indipendenza, passando per le modalità di aggregazione e decentramento).
Un altro limite del crowdsourcing riguarda la proprietà intellettuale: in un processo del genere, che vede coinvolte molte persone differenti, può risultare complicato definire i diritti di proprietà intellettuale, col risultato che le aziende possono ritrovarsi coinvolti in spiacevoli contenziosi legali.
Esempi e casi d’uso reali
Alcuni esempi pratici di crowdsourcing ti aiuteranno a capire meglio ciò di cui stiamo parlando.
Mobilità e mappe in tempo reale
Nell’ambito della mobilità, Waze è un classico esempio di crowdsourcing business model in quanto incorpora le segnalazioni e i contenuti generati dagli utenti per migliorare le mappe in tempo reale con informazioni precise e aggiornate sul traffico, sui pericoli in strada o sugli autovelox.
Design e co-creazione
Threadless consente agli artisti di presentare i loro progetti di magliette così che la comunità possa votare i suoi preferiti. I progetti vincitori vengono poi realizzati e venduti proprio tramite la piattaforma.
Community knowledge e challenge prize
Wikipedia è un progetto di community knowledge basato sul lavoro di una vasta comunità di volontari che creano, modificano e aggiornano i contenuti in modo collaborativo.
Anche Netflix ha usato il crowdsourcing. Lo ha fatto, più precisamente, con il progetto Netflix Prize, una challenge che, nel 2006, ha invitato alcuni esperti a migliorare l’algoritmo di raccomandazione dei contenuti sulla piattaforma, offrendo un premio di un milione di dollari.
Crowdworking: lavoro on-demand e micro-attività
Una menzione particolare quando si parla di crowdsourcing la merita il cosiddetto crowdworking: si tratta di un modello lavorativo che mette in contatto aziende e lavoratori freelance chiamati a eseguire task specifici e a termine, da remoto e senza un rapporto di dipendenza tradizionale.
Ambiti tipici: testing, trascrizioni, labeling dati
Ci sono alcuni particolari settori professionali che meglio si prestano al crowdworking: sono quelli che riguardano le trascrizioni e le traduzioni, ma anche la ricerca scientifica e lo sviluppo dei software, il labeling dei dati e, negli ultimi tempi, l’intelligenza artificiale.
La questione dei diritti dei crowdworker
La diffusione del crowdworking ha sollevato alcune questioni legate alle tutele fornite ai lavoratori. In genere, i crowdworker sono inquadrati come lavoratori autonomi e non hanno diritto a particolari tutele nei confronti del datore di lavoro. In alcuni casi, inoltre, manca anche l’accesso a coperture di tipo assicurativo.
Un’altra questione “regolamentare” è legata alla necessità di possedere licenze particolari per fornire i servizi in questa particolare modalità. Oltre a chi fa del crowdworking la sua unica (o principale) fonte di reddito, c’è, infatti, chi vi ricorre per arrotondare il suo stipendio o altri che lo fanno per guadagnare qualcosa mentre si studia.
Come impostare un progetto di crowdsourcing
Per impostare un progetto di crowdsourcing con successo devi seguire alcuni step ben precisi.
Definire progetto e obiettivi, scegliere la piattaforma giusta
Il primo passo è stabilire l’obiettivo che vuoi raggiungere e, sulla base di ciò, individuare la tipologia di crowdsourcing più adatta per le tue esigenze e la piattaforma che meglio di altre può aiutarti a raggiungere lo scopo che ti sei prefissato.
Incentivi: economici, reputazionali, gamification
Offrire ricompense adeguate è, spesso, ciò che fa la differenza per il buon esito di un crowdsourcing. Come abbiamo già avuto modo di accennare, non necessariamente l’incentivo proposto deve essere di natura economica. Esistono, infatti, anche incentivi reputazionali, in grado di soddisfare, per esempio, il desiderio di contribuire in modo diretto al successo di un prodotto o quello di sentirsi parte di una comunità.
A tal proposito, ricorda che la gamification (l’applicazione di elementi tipici dei giochi in contesti generalmente non ludici, allo scopo di aumentare interesse e partecipazione) può rappresentare un valido aiuto se hai bisogno di aumentare il coinvolgimento attorno al tuo progetto di crowdsourcing.
Fornire istruzioni chiare
Un requisito indispensabile affinché un progetto di crowdsourcing possa raggiungere il successo è fornire istruzioni chiare a tutti i partecipanti, sia per quanto riguarda i compiti da svolgere che in merito alle linee guida e alle regole che devono rispettare.
Metriche: contributi utili, tempo di completamento, NPS della crowd
Misurare, misurare, misurare: il mantra è sempre lo stesso. Il consiglio, innanzitutto, è quello di valutare e garantire la qualità dei contributi offerti dai partecipanti. I modi per farlo sono diversi e spaziano dai controlli automatici alla revisione tra pari.
Un’altra variabile da tenere in considerazione, oltre alla qualità dei contributi, è il tempo di completamento dei task assegnati.
C’è, poi, un indicatore in particolare che devi monitorare: è il Net Promoter Score della folla. Questo punteggio indica il grado di soddisfazione e fedeltà dei partecipanti al progetto e misurarlo ti mette al riparo da sgradite sorprese.
Conclusioni: crowdsourcing e scalabilità
Un ultimo aspetto da considerare quando si parla di crowdsourcing business model è quello della sua scalabilità.
Questo modello, infatti, può essere scalato fino a coinvolgere un gran numero di collaboratori, ma la flessibilità che lo contraddistingue consente anche di contrarre la portata delle iniziative in risposta a un eventuale ridimensionamento della domanda.
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